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L’indagine CNI sulla digitalizzazione conferma una realtà: il futuro del BIM dipenderà dalle competenze, non dal software

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La trasformazione digitale del settore delle costruzioni non è più una prospettiva futura. È un processo già in corso che sta modificando il modo in cui vengono progettate, realizzate e gestite le opere pubbliche e private.

Negli ultimi anni il BIM, la gestione informativa e le piattaforme collaborative sono entrati stabilmente nel dibattito tecnico italiano. Allo stesso tempo, l’intelligenza artificiale, l’automazione e la crescente disponibilità di dati stanno accelerando un cambiamento che coinvolge progettisti, imprese, stazioni appaltanti e società di ingegneria.

Ma a che punto siamo realmente?

L’indagine “La digitalizzazione e gestione informativa delle opere pubbliche e private in Italia”, realizzata dal Centro Studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, offre una fotografia estremamente interessante dello stato di maturità digitale della professione. Più che misurare la diffusione di un software o di una metodologia, l’indagine cerca di comprendere come gli ingegneri italiani stanno affrontando il cambiamento e quali ostacoli ne rallentano l’adozione.

Il dato più interessante è che l’Italia non si trova davanti a un problema tecnologico, ma a una sfida culturale e organizzativa.

Che cosa emerge dall’indagine

Leggendo i risultati dell’indagine del Consiglio Nazionale degli Ingegneri si potrebbe essere tentati di concentrarsi sui singoli numeri: quanti professionisti utilizzano il BIM, quanti hanno ricevuto una formazione specifica o quante organizzazioni hanno avviato processi di digitalizzazione.

Sono dati importanti, ma rischiano di raccontare solo una parte della storia. Il vero valore dell’indagine sta infatti nella capacità di mettere in relazione competenze, organizzazione e cultura digitale, offrendo una fotografia molto più articolata dello stato del settore.

Il primo elemento che emerge con chiarezza è che la digitalizzazione non procede in modo uniforme.

statistica 1

Esistono realtà che hanno ormai integrato il BIM nei propri processi quotidiani, investendo in formazione, procedure e gestione dei dati. Accanto a queste convivono invece organizzazioni che utilizzano ancora strumenti digitali in modo frammentario, limitandosi spesso alla sola modellazione tridimensionale senza sfruttare le potenzialità della gestione informativa. Questa differenza rappresenta probabilmente il dato più significativo dell’intera ricerca.

Non esistono infatti due categorie distinte di professionisti — quelli “digitali” e quelli “tradizionali” — ma un ampio spettro di livelli di maturità digitale, influenzati da fattori quali la dimensione dell’organizzazione, gli investimenti effettuati, la tipologia di commesse e la disponibilità di personale qualificato.

L’indagine evidenzia inoltre come le organizzazioni più strutturate tendano a raggiungere livelli di maturità digitale superiori rispetto agli studi più piccoli. Non perché dispongano necessariamente di tecnologie migliori, ma perché riescono a definire processi, ruoli e responsabilità più chiari, elementi indispensabili per una gestione efficace delle informazioni, il che è un aspetto spesso sottovalutato.

Nel dibattito sul BIM si continua infatti a parlare soprattutto di software, piattaforme o interoperabilità, mentre la vera trasformazione riguarda l’organizzazione del lavoro.

Un modello informativo produce valore soltanto se viene inserito all’interno di un processo condiviso, nel quale ogni informazione è creata, verificata, aggiornata e resa disponibile a tutti gli attori coinvolti durante l’intero ciclo di vita dell’opera. Da questo punto di vista, il BIM non rappresenta un obiettivo in sé ma è piuttosto lo strumento attraverso cui migliorare la qualità delle decisioni.

Ed è proprio questa la differenza tra una semplice digitalizzazione dei disegni e una reale gestione informativa.

L’indagine lascia emergere un altro messaggio particolarmente interessante: la consapevolezza dell’importanza della trasformazione digitale è ormai molto diffusa tra gli ingegneri italiani. La maggior parte dei professionisti riconosce infatti che le competenze digitali saranno sempre più determinanti per la competitività futura della professione.

La sfida, quindi, non consiste più nel convincere il mercato che il BIM sia utile (questa fase può considerarsi sostanzialmente superata) ma nel trasformare questa consapevolezza in competenze operative, processi consolidati e capacità di gestire informazioni affidabili lungo tutto il ciclo di vita delle opere.

È questo il passaggio che separa chi utilizza strumenti digitali da chi è realmente in grado di lavorare in ambiente BIM. Ed è proprio su questo aspetto che si giocherà la competitività dei professionisti nei prossimi anni.

Perché il BIM in Italia procede ancora a velocità diverse

Uno degli aspetti più interessanti che emerge dall’indagine del CNI è che parlare genericamente di “adozione del BIM” rischia di essere fuorviante.

Il BIM, infatti, non viene utilizzato allo stesso modo da tutti.

Esistono organizzazioni che hanno ormai integrato la gestione informativa nei propri processi aziendali, adottando procedure strutturate, ambienti di condivisione dei dati (ACDat/CDE), standard internazionali e figure professionali dedicate. Altre, invece, utilizzano ancora il BIM prevalentemente come uno strumento di modellazione tridimensionale, senza che questo comporti un reale cambiamento nell’organizzazione del lavoro.

Significa che il livello di digitalizzazione non dipende semplicemente dall’utilizzo di un software, ma dalla capacità di trasformare il modo in cui vengono prodotte, condivise e gestite le informazioni. In altre parole, due studi possono dichiarare di “fare BIM” pur operando con livelli di maturità completamente diversi.

Uno potrebbe limitarsi a produrre modelli tridimensionali, mentre l’altro potrebbe utilizzare modelli informativi condivisi, flussi di approvazione, controlli automatici, standard di classificazione, procedure ISO 19650 e ambienti di condivisione dati che coinvolgono progettisti, imprese e committenza.

Formalmente fanno entrambi BIM, operativamente, stanno lavorando in due mondi completamente differenti.

Il peso della dimensione organizzativa

L’indagine evidenzia come le organizzazioni più strutturate mostrino generalmente una maggiore maturità digitale. Le società più grandi dispongono spesso di risorse economiche, personale dedicato e capacità di investimento che consentono di affrontare la trasformazione digitale in maniera organica.

Gli studi professionali di piccole dimensioni, invece, devono spesso conciliare l’aggiornamento tecnologico con le esigenze operative quotidiane. Questo può rallentare l’adozione di nuovi processi, soprattutto quando il BIM viene percepito come un costo anziché come un investimento.

Eppure, proprio le realtà più piccole potrebbero ottenere alcuni dei maggiori benefici dalla digitalizzazione.

Ridurre errori, migliorare il coordinamento interdisciplinare, standardizzare le procedure e automatizzare attività ripetitive significa aumentare produttività e competitività anche senza incrementare le dimensioni dello studio.

Il problema, quindi, non è tanto la dimensione dell’organizzazione quanto la disponibilità di una strategia.

La tecnologia non basta

Uno degli errori più frequenti consiste nel pensare che acquistare un nuovo software significhi diventare digitali. L’indagine del CNI suggerisce esattamente il contrario.

La trasformazione digitale richiede prima di tutto processi condivisi, ruoli ben definiti e competenze adeguate. Solo successivamente entrano in gioco gli strumenti tecnologici. È un principio che trova conferma anche nell’esperienza quotidiana di molti professionisti.

Capita spesso di vedere organizzazioni dotate dei software più avanzati continuare a scambiarsi file tramite e-mail, utilizzare convenzioni di denominazione differenti, duplicare documenti o perdere informazioni durante il passaggio tra le varie discipline.

In questi casi il problema non è il software ma l’assenza di un processo.

Il ruolo crescente della Pubblica Amministrazione

Un altro elemento destinato ad accelerare il cambiamento riguarda la progressiva evoluzione delle richieste della committenza pubblica.

Negli ultimi anni il quadro normativo italiano ha attribuito sempre maggiore importanza alla gestione informativa delle opere pubbliche. Questo significa che le stazioni appaltanti iniziano a richiedere non solo modelli digitali, ma anche procedure, flussi informativi e requisiti organizzativi sempre più strutturati. Di conseguenza, il mercato tenderà a premiare le organizzazioni capaci di dimostrare una reale maturità digitale e non semplicemente la disponibilità di software BIM.

Il vero divario non è tecnologico

L’aspetto forse più interessante dell’intera indagine è che il divario principale non riguarda la tecnologia. Le piattaforme software oggi disponibili sono accessibili a quasi tutti i professionisti.

Ciò che continua a fare la differenza è la capacità di utilizzarle all’interno di un sistema organizzato.

È questa la ragione per cui alcune organizzazioni riescono a ottenere benefici concreti dalla digitalizzazione, mentre altre faticano ancora a trasformare gli investimenti tecnologici in un reale vantaggio competitivo. Il BIM, quindi, non procede a velocità diverse perché esistono software migliori o peggiori. Procede a velocità diverse perché esistono organizzazioni che hanno già compreso che il vero patrimonio non è il modello digitale, ma la qualità delle informazioni che quel modello è in grado di generare, condividere e mantenere nel tempo.

Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce il tema centrale della prossima sezione: le competenze. Perché se la tecnologia è ormai disponibile per tutti, saranno le persone a determinare chi saprà davvero cogliere le opportunità della trasformazione digitale.

Il vero nodo della trasformazione digitale: le competenze

Se c’è un messaggio che emerge con forza dall’indagine del Consiglio Nazionale degli Ingegneri è questo: la tecnologia, da sola, non basta.

Negli ultimi anni il mercato ha assistito a una rapida diffusione di software sempre più evoluti, piattaforme collaborative, ambienti di condivisione dati e strumenti basati sull’intelligenza artificiale. L’accesso alla tecnologia, almeno rispetto al passato, non rappresenta più il principale ostacolo.

La vera differenza continua a essere rappresentata dalle competenze.

È questo il motivo per cui organizzazioni che utilizzano gli stessi strumenti ottengono risultati profondamente diversi. La tecnologia può essere acquistata, le competenze devono invece essere costruite nel tempo.

L’indagine evidenzia come la formazione rappresenti uno degli elementi chiave per favorire la crescita della maturità digitale del settore. I professionisti che hanno investito in percorsi di aggiornamento mostrano infatti una maggiore capacità di utilizzare il BIM non come semplice strumento di modellazione, ma come metodologia di gestione delle informazioni.

Dal disegno digitale alla gestione dell’informazione

Per molti anni il passaggio dal CAD al BIM è stato interpretato principalmente come un cambiamento di software. In realtà il cambiamento è molto più profondo.

Nel CAD il prodotto finale è generalmente il disegno, mentre nel BIM il vero prodotto è l’informazione.

Ogni elemento del modello contiene dati che possono essere utilizzati durante l’intero ciclo di vita dell’opera: dalla progettazione alla costruzione, fino alla manutenzione e alla gestione dell’edificio.

Questo richiede competenze completamente diverse rispetto al passato. Non basta più infatti saper modellare ma occorre comprendere come strutturare le informazioni, come organizzarle secondo standard condivisi, come garantirne la qualità e come renderle interoperabili tra software differenti.

È proprio questa evoluzione che distingue un operatore software da un professionista della gestione informativa.

Le competenze richieste stanno cambiando

L’indagine lascia intuire un cambiamento destinato ad accelerare nei prossimi anni.

Il mercato richiederà sempre meno professionisti capaci semplicemente di utilizzare un determinato programma e sempre più figure in grado di governare processi digitali complessi.

Ciò significa sviluppare competenze trasversali che comprendono:

  • gestione dei flussi informativi;
  • conoscenza delle norme UNI e ISO;
  • interoperabilità tra piattaforme;
  • utilizzo degli Ambienti di Condivisione Dati (ACDat/CDE);
  • controllo della qualità dei modelli;
  • coordinamento multidisciplinare;
  • automazione dei processi;
  • analisi dei dati.

Sono competenze che difficilmente possono essere acquisite in un singolo corso.

Richiedono formazione continua, esperienza pratica e aggiornamento costante.

La certificazione come garanzia di competenza

In questo contesto assume sempre maggiore importanza anche il tema della certificazione delle competenze. Con l’aumento della complessità dei processi digitali, committenti pubblici e privati hanno la necessità di individuare professionisti che possano dimostrare, in modo oggettivo, il possesso delle conoscenze richieste.

La certificazione non sostituisce l’esperienza, ma rappresenta uno strumento sempre più importante per attestare competenze verificate secondo criteri riconosciuti e standardizzati.

È una tendenza destinata a rafforzarsi, soprattutto nei lavori pubblici e nelle organizzazioni più strutturate.

L’intelligenza artificiale non sostituirà le competenze

Negli ultimi mesi il dibattito sull’intelligenza artificiale ha alimentato aspettative molto elevate. Molti immaginano strumenti capaci di automatizzare gran parte delle attività progettuali. In parte sarà così perché l’AI renderà certamente più rapide numerose operazioni: classificazione delle informazioni, verifica documentale, ricerca normativa, analisi dei modelli, individuazione di interferenze e produzione automatica di contenuti tecnici.

Ma l’intelligenza artificiale non elimina la necessità di possedere competenze. Al contrario.

Più gli strumenti diventeranno intelligenti, maggiore sarà il valore di chi saprà utilizzarli correttamente, verificarne i risultati e inserirli all’interno di processi affidabili.

L’AI aumenterà la produttività ma non sostituirà la capacità di prendere decisioni.

Il vantaggio competitivo del futuro

Per molti anni il vantaggio competitivo è stato determinato dalla disponibilità di software più avanzati. Oggi questo vantaggio tende progressivamente a ridursi. Le piattaforme, infatti, sono sempre più diffuse e accessibili. Ciò che continuerà a distinguere professionisti e organizzazioni sarà invece la capacità di integrare tecnologia, competenze e processi.

È questa la vera conclusione a cui conduce l’indagine del CNI. La digitalizzazione non premierà chi possiede il software migliore, ma chi saprà trasformare le informazioni in decisioni migliori, lavorando secondo metodologie condivise, standard riconosciuti e competenze continuamente aggiornate.

Per questo motivo, la domanda che ogni professionista dovrebbe porsi non è più “Sto utilizzando il BIM?”, ma piuttosto: “Le mie competenze sono adeguate al livello di digitalizzazione che il mercato richiederà nei prossimi cinque anni?”

Questa è la vera sfida che attende il settore delle costruzioni.

Il divario generazionale: realtà o luogo comune?

Tra i risultati dell’indagine del Consiglio Nazionale degli Ingegneri ce n’è uno che merita particolare attenzione: il rapporto tra età e digitalizzazione.

Quando si parla di BIM si tende spesso a semplificare il dibattito contrapponendo due categorie: da una parte i giovani professionisti, considerati naturalmente predisposti alle nuove tecnologie; dall’altra i professionisti più esperti, ritenuti più restii al cambiamento.

La realtà è molto più complessa. L’indagine evidenzia infatti un diverso livello di coinvolgimento nella formazione e nell’aggiornamento professionale tra le varie fasce d’età, ma questo non significa che la trasformazione digitale sia esclusivamente una questione generazionale.

Il vero elemento discriminante sembra essere un altro: la disponibilità ad aggiornare continuamente le proprie competenze.

Negli ultimi anni il settore delle costruzioni ha vissuto un’accelerazione senza precedenti. Normative, standard tecnici, piattaforme collaborative, ambienti di condivisione dati, interoperabilità e, più recentemente, intelligenza artificiale stanno modificando profondamente il modo di lavorare.

In un contesto così dinamico, l’esperienza maturata sul campo continua a rappresentare un patrimonio fondamentale, ma da sola non è più sufficiente. Allo stesso tempo, essere nativi digitali non garantisce automaticamente la capacità di gestire processi BIM complessi.

statistica giovani vs senior

Saper utilizzare un software non significa necessariamente comprendere la logica della gestione informativa, conoscere gli standard internazionali o coordinare efficacemente un progetto multidisciplinare.

Per questo motivo, il mercato sta progressivamente premiando una nuova figura professionale: quella che riesce a combinare esperienza tecnica, competenze digitali e formazione continua.

È probabilmente questa la vera evoluzione che sta vivendo il settore.

Da un lato, professionisti con molti anni di esperienza stanno investendo nell’aggiornamento delle proprie competenze digitali, valorizzando il patrimonio tecnico accumulato nel corso della carriera.

Dall’altro, i professionisti più giovani stanno rapidamente acquisendo familiarità con strumenti e metodologie innovative, ma devono ancora consolidare la capacità di governare processi complessi e prendere decisioni progettuali.

In prospettiva, il vantaggio competitivo non apparterrà né ai più giovani né ai più esperti, ma a chi sarà in grado di unire entrambe le dimensioni, e questo le organizzazioni più innovative lo hanno già compreso.

Sempre più spesso i team BIM più efficaci sono quelli in cui l’esperienza progettuale dei professionisti senior si integra con le competenze digitali delle nuove generazioni, creando un equilibrio capace di accelerare l’innovazione senza rinunciare alla qualità tecnica.

In questo scenario, il divario generazionale rischia di diventare una falsa contrapposizione.

La vera distinzione sarà sempre meno tra giovani e senior e sempre più tra chi considera la formazione un’attività occasionale e chi la vive come un processo continuo di crescita professionale.

Ed è proprio questa cultura dell’apprendimento permanente che determinerà la capacità dei professionisti italiani di affrontare le prossime sfide della digitalizzazione.

Cosa cambierà nei prossimi cinque anni

L’indagine del Consiglio Nazionale degli Ingegneri non si limita a fotografare lo stato attuale della digitalizzazione nel settore delle costruzioni. Letta nel suo insieme, offre anche alcuni indizi molto chiari sulla direzione che il mercato sta prendendo. Naturalmente nessuna ricerca può prevedere il futuro con assoluta certezza, tuttavia, osservando l’evoluzione normativa, tecnologica e organizzativa degli ultimi anni, è possibile individuare alcune tendenze che con ogni probabilità caratterizzeranno il prossimo quinquennio.

bim e digitalizzazione 6 trend chiave

Il BIM diventerà una competenza di base

Per molti anni il BIM è stato percepito come una specializzazione destinata a pochi professionisti.

Oggi questa distinzione sta rapidamente scomparendo.

Così come negli anni Duemila conoscere il CAD è diventato un requisito minimo per operare nel settore della progettazione, nei prossimi anni la capacità di lavorare all’interno di processi BIM sarà sempre più considerata una competenza di base.

Non significherà necessariamente che tutti dovranno diventare BIM Manager o BIM Coordinator.

Significherà però che progettisti, direttori lavori, imprese, consulenti e committenze dovranno essere in grado di comprendere e utilizzare informazioni digitali strutturate.

Il BIM non sarà più una competenza distintiva, ma solo il punto di partenza.

Dalla modellazione alla gestione dei dati

Per molto tempo il modello tridimensionale è stato il simbolo stesso del BIM. In realtà il vero valore della metodologia non risiede nella rappresentazione grafica dell’opera, ma nelle informazioni che il modello contiene. Nei prossimi anni assisteremo probabilmente a uno spostamento dell’attenzione.

Il modello diventerà sempre più il contenitore di dati destinati a essere utilizzati durante tutto il ciclo di vita dell’opera: progettazione, costruzione, collaudo, manutenzione e gestione.

Questo renderà sempre più importanti aspetti come la qualità dell’informazione, la classificazione dei dati, l’interoperabilità tra piattaforme e la tracciabilità delle modifiche.

In altre parole, il valore non sarà determinato dalla complessità del modello, ma dall’affidabilità delle informazioni che esso sarà in grado di mettere a disposizione.

L’intelligenza artificiale cambierà il modo di lavorare

L’intelligenza artificiale rappresenta probabilmente la trasformazione più significativa che il settore si troverà ad affrontare nel breve periodo.

Già oggi iniziano a diffondersi strumenti capaci di automatizzare attività ripetitive, analizzare grandi quantità di dati, verificare documentazione tecnica e supportare la produzione di modelli informativi. Nei prossimi anni queste applicazioni diventeranno sempre più mature.

L’AI potrà contribuire alla verifica della qualità dei modelli, al controllo della conformità normativa, all’analisi automatica delle interferenze, alla classificazione delle informazioni e persino alla produzione assistita di documentazione tecnica.

Ma sarà importante evitare un equivoco. L’intelligenza artificiale non sostituirà il professionista, ma lo renderà più produttivo.

Le decisioni continueranno a richiedere competenze tecniche, capacità di interpretazione e assunzione di responsabilità. L’AI sarà un acceleratore non un sostituto.

Crescerà il valore delle competenze certificate

Parallelamente aumenterà anche l’importanza delle competenze dimostrabili.

In un mercato nel quale software e tecnologie saranno sempre più accessibili, la differenza competitiva sarà determinata dalla capacità di garantire qualità, affidabilità e conformità ai processi.

Per questo motivo acquisiranno un peso crescente la formazione continua, gli standard internazionali e le certificazioni professionali.

Non perché rappresentino un semplice requisito formale, ma perché consentono a committenti e organizzazioni di identificare competenze realmente verificabili.

È una dinamica già visibile in numerosi settori tecnici e destinata a consolidarsi anche nel mondo del BIM.

La vera competizione riguarderà la maturità digitale

Forse il cambiamento più importante sarà però un altro.

Nei prossimi cinque anni non si parlerà più semplicemente di “adozione del BIM” ma di maturità digitale.

Le organizzazioni non verranno valutate solo per i software che utilizzano, ma per la capacità di governare processi collaborativi, garantire qualità delle informazioni, integrare strumenti diversi e prendere decisioni basate sui dati.

È un passaggio culturale prima ancora che tecnologico. Ed è proprio questo il messaggio più importante che emerge dall’indagine del CNI.

La trasformazione digitale non si completerà quando tutti utilizzeranno un software BIM ma quando il settore delle costruzioni avrà sviluppato una cultura condivisa della gestione informativa.

Solo allora il BIM smetterà di essere percepito come un’innovazione e diventerà semplicemente il modo normale di progettare, costruire e gestire le opere.

In fondo, è questa la prospettiva che l’indagine lascia intravedere: il futuro non apparterrà a chi adotterà per primo una nuova tecnologia, ma a chi saprà trasformare tecnologia, competenze e organizzazione in un vantaggio competitivo duraturo.

Conclusioni

L’indagine del Consiglio Nazionale degli Ingegneri restituisce l’immagine di un settore che ha ormai imboccato con decisione la strada della trasformazione digitale.

La consapevolezza dell’importanza del BIM e della gestione informativa è oggi molto più diffusa rispetto a pochi anni fa. Allo stesso tempo, emerge con chiarezza che il livello di maturità digitale del comparto rimane ancora disomogeneo e che la vera sfida non riguarda più l’accesso alla tecnologia, bensì la capacità di integrarla nei processi organizzativi e nelle competenze delle persone.

Oggi appare evidente che il vero elemento distintivo sarà la qualità delle informazioni, la capacità di collaborare secondo standard condivisi e la preparazione dei professionisti chiamati a gestire un processo sempre più digitale.

In questo scenario, investire nella formazione non significa semplicemente imparare a utilizzare nuovi strumenti, ma prepararsi a un mercato in cui la competitività dipenderà sempre meno dalla tecnologia disponibile e sempre più dalla capacità di governarla.

Per progettisti, società di ingegneria, imprese e Pubbliche Amministrazioni, la domanda non è più se affrontare la trasformazione digitale, ma quanto rapidamente riusciranno a farlo.

Chi inizierà oggi a sviluppare competenze, organizzazione e cultura della gestione informativa sarà nelle condizioni migliori per affrontare un mercato sempre più orientato alla qualità dei dati, all’interoperabilità e all’efficienza dei processi.

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Perché la trasformazione digitale non si affronta con un software in più, ma si affronta con competenze migliori.

Domande frequenti (FAQ)

L’indagine del Consiglio Nazionale degli Ingegneri evidenzia che la digitalizzazione del settore delle costruzioni sta progredendo, ma con livelli di maturità ancora molto diversi tra professionisti e organizzazioni. Cresce la consapevolezza dell’importanza del BIM e della gestione informativa, mentre restano centrali le sfide legate alla formazione, all’organizzazione dei processi e allo sviluppo delle competenze digitali.

Il BIM (Building Information Modeling) è una metodologia di gestione delle informazioni lungo l’intero ciclo di vita di un’opera. I software BIM sono soltanto gli strumenti che permettono di creare e gestire i modelli informativi. Il vero valore del BIM risiede nella qualità dei dati, nella collaborazione tra gli attori coinvolti e nell’organizzazione dei processi.

Oltre alla conoscenza dei software di modellazione, saranno sempre più richieste competenze nella gestione informativa, nell’interoperabilità tra piattaforme, nell’utilizzo degli Ambienti di Condivisione Dati (ACDat/CDE), nella conoscenza delle norme UNI e ISO, nell’automazione dei processi e nell’integrazione dell’intelligenza artificiale nei flussi di lavoro.

No. L’intelligenza artificiale rappresenterà uno strumento di supporto in grado di automatizzare molte attività ripetitive, migliorare l’analisi dei dati e aumentare la produttività. Tuttavia, le decisioni progettuali, il coordinamento interdisciplinare e la responsabilità tecnica continueranno a richiedere competenze umane altamente specializzate.

La trasformazione digitale del settore evolve rapidamente sotto la spinta di nuove normative, standard tecnici e tecnologie. Per questo motivo la formazione continua è diventata un fattore strategico per mantenere la propria competitività, acquisire nuove competenze e rispondere alle richieste di un mercato sempre più orientato alla gestione digitale delle informazioni.

Utilizzare il BIM significa adottare strumenti e metodologie di modellazione informativa. Avere una reale maturità digitale significa invece integrare persone, processi, tecnologie e dati all’interno di un’organizzazione, creando flussi di lavoro strutturati, collaborativi e orientati alla qualità delle informazioni. È proprio questo il passaggio che distingue chi utilizza semplicemente strumenti digitali da chi ha completato un vero percorso di trasformazione digitale.

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